Intervista con il ministro
Napolitano, Renzi, fisco, sinistra, lavoro, Europa. Padoan a tutto campo
“Napolitano? Dài, ragazzi, non scherziamo. Era un incontro di routine. Nessun giallo. Nessun mistero. Nessun chiarimento particolare. Confrontate il testo iniziale del decreto con quello finale. Con il presidente della Repubblica mi verrebbe da dire che c’è una profonda sintonia. Ci sentiamo spesso. Ci vediamo regolarmente. E se ci siamo visti poche ore prima della firma del decreto è solo per una questione di agenda. Dài, su…”. di Claudio Cerasa e Marco Valerio Lo Prete

“Napolitano? Dài, ragazzi, non scherziamo. Era un incontro di routine. Nessun giallo. Nessun mistero. Nessun chiarimento particolare. Confrontate il testo iniziale del decreto con quello finale. Con il presidente della Repubblica mi verrebbe da dire che c’è una profonda sintonia. Ci sentiamo spesso. Ci vediamo regolarmente. E se ci siamo visti poche ore prima della firma del decreto è solo per una questione di agenda. Dài, su…”. Roma, Via XX Settembre, terzo piano del ministero dell’Economia. Sono le diciassette e trenta quando, dopo una giornata movimentata passata in buona parte a triangolare con Giorgio Napolitano sul decreto Irpef firmato ieri pomeriggio dal capo dello stato dopo una richiesta di “chiarimento” del Quirinale, il ministro Pier Carlo Padoan invita i cronisti del Foglio ad accomodarsi di fronte alla famosa scrivania di Quintino Sella per ragionare sui dossier presenti e futuri del governo Renzi. Irpef, certo. Ma anche lavoro. Ma anche contratti. Ma anche crescita. Ma anche euro. Ma anche Fiscal compact. Ma anche Marchionne. Ma anche Renzi. Ma anche D’Alema. Ma anche sinistra. La nostra conversazione con il ministro comincia con un dettaglio frivolo sui colori della sua stanza: grandi cornici dorate accostate in modo insistente a numerose poltrone ricoperte di tessuto rosso che creano un effetto ottico che richiama i colori di una nota squadra romana di cui Padoan è tifoso sfegatato (e sulla quale alla fine della conversazione il ministro ci offrirà un dettaglio gustoso). Giallo e rosso. Giallo e rosso: “Non sarei mai venuto in questo ministero se non ci fossero stati questi colori”. Sorriso. Dal dettaglio frivolo si passa a un altro dettaglio più importante che costituisce la cifra culturale del passaggio di consegne tra Fabrizio Saccomanni, ministro del governo Letta, e Pier Carlo Padoan. Il Foglio chiede se davvero Padoan – a differenza dei suoi predecessori, a differenza di Saccomanni, a differenza di Vittorio Grilli, a differenza di Tommaso Padoa-Schioppa e a differenza di tutti i ministri ultra tecnici transitati negli ultimi vent’anni nelle stanze del ministero – si sente il più politico fra i tecnici e con un altro sorriso il ministro risponde di sì, e risponde così: con un gioco di parole. “Tecnicamente sono un tecnico, ci mancherebbe, ma siccome faccio anche l’economista, e siccome conosco bene la politica, so che in queste stanze è difficile fare politica economica senza essere anche molto politici. Da questo punto di vista mi sento molto politico nella misura in cui sono consapevole che non esiste alcuna scelta economica che si possa dire tecnica. Avete presente i tagli alla spesa pubblica? Avete notato che c’è stata una certa differenza tra ciò che era tecnicamente fattibile e ciò che era politicamente fattibile? Ecco, ci siamo capiti. E’ tutto politico, anche qui a Via XX Settembre, e per governare questo universo, e non farsi rigettare, bisogna tenere anche di questi vincoli. Che hanno la stessa importanza dei vincoli economici”. Il Foglio, rimandando la domanda del giorno, che è quella che riguarda il decreto sull’Irpef, prende la palla al balzo e chiede con malizia a Padoan se il suo essere politico coincide più con la parola “Renzi”, di cui Padoan è ministro, o con la parola “D’Alema”, di cui Padoan è stato consulente economico durante il governo con i baffi del 1998. Padoan, con guizzo da politico navigato, la mette così. “La mia militanza è nota. Non nego che mi sento un ministro di sinistra. Mi sono sempre sentito, nel mio piccolo, parte di una sinistra storica non tradizionale. Non tradizionale perché ho sempre considerato un errore da parte della sinistra considerare il mercato, il capitale e la politica delle liberalizzazioni come se fossero demoni da contrastare. Andate a rileggervi quello che scrivevo nel 1980 sui Quaderni della rivista trimestrale del Mulino sul capitalismo e capirete di cosa sto parlando”. Il passaggio a cui si riferisce il ministro si intitola “Afferrare Proteo”, è un vecchio saggio in cui Padoan suggerisce alla sinistra di diventare come la divinità marina della religione greca “Proteo”, leggendario figlio di Oceano e Teti, famoso per la sua capacità di cambiare forma in ogni momento, e divenne celebre per essere stato definito dall’allora direttore di Repubblica Eugenio Scalfari una sorta “Bad Godesberg” italiana. Manifesto di una possibile svolta socialdemocratica della sinistra italiana. “Mi chiedete di D’Alema? Confesso che intravedo una continuità tra il governo guidato da Massimo e questo guidato da Matteo. Sono due approcci che si somigliano. C’è un elemento comune nel rompere vecchi schemi del passato. Nel cambiare la sinistra. Nel voler rimuovere i freni che impediscono il rinnovamento. E devo dire che anche su questo la mia intesa con Renzi è perfetta”. Renzi però è accusato di aver compiuto una manovra elettoralistica sugli ottanta euro in busta paga. Davvero è in sintonia perfetta anche su questo? Padoan risponde così.
Ministro, quanto c’è di propagandistico in questa misura? E quali sono gli effetti reali che secondo lei potranno essere generati da questo provvedimento? Padoan dice che non ci sono solo ragioni politiche o elettoralistiche. Ma che ci sono ragioni economiche per restituire 80 euro ai cittadini con redditi più bassi: “Il contesto è quello di un paese che con grande debolezza sta crescendo di nuovo. Senza fiducia, le famiglie non spendono, e senza fiducia le imprese non investono. Quello che trasmettiamo all’economia, oltre che uno stimolo di reddito, è uno stimolo di fiducia. E’ un’operazione di confidence building, tentiamo così di mutare in meglio le aspettative nel lungo termine. Mi aspetto quello che alcuni economisti chiamano un break strutturale, in senso positivo”. Chi ha puntato su un approccio del genere come il governo inglese di David Cameron, nota il Foglio, ha però reso chiaro fin da subito che la riduzione delle tasse – sulle imprese, nel caso di Londra – avrebbe avuto negli anni una sua continuità. “L’effetto di stimolo positivo, soprattutto sulle aspettative, ci sarà infatti soltanto in presenza di tagli di tasse permanenti. Lo schema funziona, quindi, soltanto se anche i risparmi di spesa per coprire questi sgravi saranno permanenti”. Oggi però non è così, le coperture ci sono soltanto per il 2014: “In due mesi – continua Padoan – non c’è stato il tempo per mutare alla radice i meccanismi della spesa pubblica. Ma questo è un impegno del governo: se le misure fossero percepite come temporanee, e non lo sono, non si consumerà e non si investirà di più”. Intanto, osservava ieri il Sole 24 Ore, i tagli di spesa coprono soltanto il 44 per cento della manovra su Irpef e Irap. Quando si “cambierà verso” rispetto a questo che sembra un segno di continuità con i governi precedenti? “La percentuale di tagli di spesa per le coperture diventerà più alta nel 2015, garantito, e poi significativamente più alta nel 2016, fino ad arrivare a coprire la totalità delle future manovre”. Padoan lascia intendere che altri interventi sulla tassazione delle rendite finanziarie non ci saranno, ma rivendica l’innalzamento delle aliquote dal 20 al 26 per cento su tutti gli investimenti diversi da titoli di stato e buoni postali. Ieri, infastidito da qualche commento apparso sui giornali, poco prima di ricevere i cronisti del Foglio è tornato anche a trafficare su Twitter. Cinguettìo numero uno: “Tagliamo le tasse per le imprese (IRAP -10%), aumentano le tasse sulle rendite finanziarie. La finanza sia al servizio di impresa e lavoro”. Il punto, secondo lui, è che in linea con tutte le best practice internazionali, “aumentiamo le imposte sui guadagni della ricchezza finanziaria e le togliamo a chi crea lavoro. E’ il modo più indolore in termini di crescita per ottenere gettito fiscale”. Sarà. Ma lasciare soltanto la tassazione dei Bot al 12,5 per cento, e aggravare di molto la pressione fiscale effettiva su investimenti che spesso non sono da finanziere spericolato, sa di “repressione finanziaria”, un tentativo dello stato di far convergere tutti i risparmi privati sul proprio debito. Padoan sul punto s’irrigidisce, insiste sul fatto che le tasse servono a “riallocare”, e dice che in condizioni debitorie come le nostre, “con tassi d’interesse tornati così bassi, non potevamo permetterci di alzare la tassazione anche sui titoli di stato”.
Le tasse, d’accordo. E l’evasione? Il ministro dice che su questo punto il governo insisterà, naturalmente, ma in modo diverso dal passato. “Non ci siamo dati un obiettivo perché siamo prudenti”, dice Padoan. Che poi, pacatamente, prende le distanze dai metodi più clamorosi di caccia all’evasore, quelli in stile blitz-a-Cortina: “Un sistema fiscale efficiente si basa sulla fiducia tra contribuente e stato. Di clamoroso ci dovrebbe essere il rapporto ‘friendly’ dei sistemi fiscali con il cittadino, ed esperienze internazionali dimostrano che questo è possibile”. Il ministro osserva che, soprattutto in una fase di crisi, emerge quella che lui chiama “evasione determinata da eventi esterni”, e che altri definiscono “evasione per necessità”: “Se un imprenditore che è sempre stato onesto si sente costretto a evadere pur di mantenere in vita un’impresa…”.
Il fisco però sarà soltanto una delle leve con cui aggredire la “grande debolezza” della ripresa italiana. Padoan, quando era capo economista dell’Ocse, per valutare lo stato d’avanzamento delle riforme nei vari paesi, utilizzava spesso un indicatore chiamato “produttività totale dei fattori” che misura la crescita nel valore aggiunto attribuibile a lavoro, progresso tecnologico ed efficienza della Pubblica amministrazione, insomma a tutto ciò che influisce sul sistema produttivo. “E facevo anche una premessa: nemmeno le riforme strutturali da sole bastano se da una parte non esistono leggi semplici e ben fatte e dall’altra parte queste leggi sono applicate”. Per questo dice di voler portare avanti “il lavoro avviato dal governo Monti” con le modifiche del processo civile. E ricorda che “la riforma della giustizia è uno dei capisaldi di questo esecutivo”. Solo se queste condizioni sono rispettate, matureranno “gli effetti delle riforme strutturali. Che sono reali e anche quantificabili. In teoria possiamo immaginare che cambiamenti del mercato del lavoro, semplificazioni della Pubblica amministrazione, snellimento della giustizia e razionalizzazione dei sistemi di riscossione, generino 0,4-0,5 punti di crescita aggiuntiva ogni anno. E non è poco per un paese che crescerà di 0,8 punti percentuali quest’anno”. Ma non si tratta soltanto di calcoli teorici, dice Padoan: “La Germania ha fatto le riforme quando la grande recessione non c’era, in questo sia le parti sociali che la politica hanno dato prova di grande lungimiranza. Risultato: Berlino ha continuato a creare lavoro anche dopo che altrove era iniziata la crisi, almeno fino a un certo momento. Semplicemente, le riforme strutturali funzionano”.
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Il Foglio interrompe il ministro e prova a introdurre nella conversazione la parola “Marchionne”. Chiediamo a Padoan il suo giudizio, culturale ma ovviamente anche politico, sul percorso industriale seguito dal numero uno della Fiat. “Ho un’opinione tutt’altro che negativa rispetto a quanto fatto in questi anni da Marchionne. Anzi. Credo che la sua sia una storia positiva, considerando anche il ciclo economico avverso a livello europeo per le aziende che producono auto. Credo che quella di Fiat non sia una delocalizzazione ma una magnifica trasformazione industriale e credo che il suo sia un successo di cui il nostro paese deve essere orgoglioso. Certo. Si potrebbe obiettare che spostare la sede legale in Olanda e trasferire la residenza nel Regno Unito per questioni fiscali possa essere un atto opportunistico. Ma non mi sembra l’elemento più significativo della storia di Marchionne. Semmai il nostro paese dovrebbe muoversi per far sì che nel futuro per gli imprenditori possa essere conveniente rimanere in Italia. Ciò che mi sembra invece significativo è lo choc positivo che Marchionne ha dato al sistema delle relazioni industriali. E quell’esempio credo sia da seguire”. Il Foglio domanda al ministro se il suo riferimento sia legato al tentativo del capo della Fiat di introdurre un regime di contrattazione aziendale che sia preminente su quello nazionale. Padoan risponde di sì, e aggiunge anche qualcosa in più. “Sono convinto che sul tema lavoro il nostro governo farà passi in avanti importanti. Penso alla riforma del contratto di lavoro, che io mi auguro possa avere come obiettivo finale quello di offrire al nostro paese un contratto unico a tutele crescenti, ma penso anche ad altre due questioni importanti. Da un lato è necessario che l’Italia si abitui sempre di più a legare progressivamente le remunerazioni all’espressione ‘produttività’. Dall’altro lato è necessario esplicitare, magari, se fosse possibile, anche all’interno del disegno di legge delega sul lavoro, la necessità di rendere meno complicato per le aziende la possibilità di derogare con più facilità ai contratti nazionali. Esattamente sul modello del governo Schröder del 2003. La logica è sempre quella: più si semplifica, più si de-burocratizza, e meglio è”.
A proposito della success story tedesca e del ruolo delle parti sociali, esiste anche un limite a quello che il governo può e deve fare. Ci sono “lacci e lacciuoli”, come ha denunciato il governatore della Banca d’Italia Visco citando Guido Carli, che non dipendono dalla politica. “C’è la resistenza passiva della burocrazia, innanzitutto. Se la politica riforma e la burocrazia non implementa, la sfiducia dei cittadini aumenta. E poi ci sono le resistenze sociali”. Sindacati dei lavoratori e degli imprenditori, abituati a incidere nelle scelte di governo attraverso il metodo della “concertazione” che Renzi ha fatto capire di non gradire: “Le corporazioni, in un’economia in stagnazione, difendono quello che c’è, che però è sempre meno. Da questa situazione sono convinto che non si esca con sforzi graduali ma, come dicevo, con un break strutturale. Si esce con degli scossoni, e lo scossone, per definizione, può fare male a qualcuno”.
Europa, ministro: come non far passare invano il semestre di presidenza italiana dell’Ue? Padoan dice di voler puntare sui “contratti per le riforme”, fortemente voluti da Berlino per legare gli stati a impegni riformatori presi direttamente con la Commissione Ue in cambio, però, di finora imprecisata “solidarietà”: “Alcune riforme hanno implicazioni per il bilancio pubblico. L’Eurozona diventa più incisiva nel sostenere queste riforme se rende più flessibili i tempi dell’aggiustamento di bilancio pubblico. Ecco dunque come declinare la solidarietà dei contratti per le riforme”. Poi si dice favorevole a sviluppare una “fiscal capacity” dell’Eurozona, da declinare con “una migliore allocazione del bilancio europeo, e soprattutto con strumenti fiscali comuni, come i Project bond”. Gli impegni presi dall’Italia con il Fiscal compact, in termini di risanamento delle finanze pubbliche, rischiano però di dominare su tutto: “Confermo che con una crescita nominale del 3 per cento, innanzitutto, cioè con una crescita reale dell’1,5 e un’inflazione dell’1,5, non saremo chiamati a manovre straordinarie per ridurre il debito pubblico. In mancanza di queste condizioni, comunque per noi il vincolo che conta è quello del pareggio strutturale da raggiungere, cioè al netto del ciclo economico. Il Fiscal compact, come si sa, è un complicato animale politico partorito dal genio europeo – dice ironico – che prevede alcuni vincoli precisi ma ci dà la possibilità di essere flessibili nel raggiungimento di questi vincoli. Le nostre previsioni di crescita e le condizioni del nostro avanzo strutturale ci danno la possibilità nei prossimi anni di essere relativamente tranquilli sul tema del debito. I cinquanta miliardi di cui si sente parlare e che qualcuno dice che dovremmo pagare nel 2015 non esistono. Sarà tutto graduale. Non ci saranno misure straordinarie per abbattere il debito”. Un obiettivo alla portata, dunque, e che non dovrebbe comportare salassi. Padoan fa solo un rapido accenno alle condizioni della politica monetaria, quando dice che “un’inflazione fisiologica dovrebbe essere al 2 per cento”. Lontana dall’attuale 0,5 per cento. Niente appelli a Draghi dal ministro dall’Economia, dunque, ma fiducia nel fatto che “l’Europa ha dimostrato, in questi anni di crisi, una capacità di trasformazione non indifferente”.
La nostra conversazione con il ministro si conclude con l’Europa. Padoan dice che lunedì sarà a Parigi, dove incontrerà il suo omologo francese, Michel Sapin. Dice che mercoledì avrà un incontro con il Cancelliere dello scacchiere inglese, George Osborne. Dice che il suo consigliere diplomatico sta preparando anche un vertice con il ministro tedesco Wolfgang Schäuble nelle prossime settimane.
Racconta del suo incontro di due giorni fa con il ministro spagnolo Luis de Guindos. E mentre ci accompagna verso l’uscita, il ministro non resiste e ci dà una notizia frivola. Giallo rosso. Giallo rosso. Ministro, ma lei, se potesse, che maglietta della Roma regalerebbe al presidente del Consiglio? Sorriso di Padoan. “Per il bene del nostro rapporto non pronuncio di fronte a Renzi la parola ‘Roma’ per evitare di ricordargli quanto è finita Fiorentina-Roma qualche giorno fa”. Zero a uno. “Ora che ci penso il mio amico D’Alema ha regalato a Renzi una maglietta di Totti. Ecco. Io non lo farei mai. Anche perché da quando sono ministro ho ricevuto tre magliette del mio capitano autografate da lui. Me le tengo strette. Lo faccio per il bene del governo”.
di Claudio Cerasa e Marco Valerio Lo Prete